mercoledì 11 ottobre 2017

User Experience

Lo storico Barnes and Noble perde tragicamente terreno rispetto ad Amazon. Motivo: vende qualcosa di fisico anziché un'experience. Blockbuster è ridotto all'ombra di sé stesso, perché vende un prodotto anziché un'experience: Netflix vende solo il prodotto, ma col vantaggio che non devi uscir di casa. Anche il Pizza Hut, una volta superiore (anche come costi) rispetto ai vari Wendy's e McDonald, non vende più un'experience ma un prodotto, facendosi superare dalle experience dei McDonald stessi con la loro paccottiglia per bambini. Leggo poi del boom dei Dave and Busters, locali zeppi di videogiochi e di schermi che trasmettono sport, in cui si può mangiare. Cioè vendono experience, sperando di fare concorrenza ai cloni di KFC e McDonald. Siamo nell'epoca di Facebook, l'experience[1] è il piatto forte. O vendi experience più il contorno[2] oppure è una guerra al ribasso sui prodotti (come i vari KFC).

L'experience, dunque, non è "esperienza" ma sensazioni. È qualcosa in più del locale commerciale arredato con cura e gusto. È l'arte del venderti sogni, l'arte del farti pagare per sognare.

Qualche mese fa un amico, di passaggio a New Orleans, si fermò al sopracitato Dave and Busters. Mi racconta scene da terzo mondo. Tre quarti dei presenti sono ragazzetti negri, principalmente impegnati a raccattare gli avanzi delle consumazioni altrui, oppure a fingere di giocare davanti a qualche arcade finché qualcuno non li manda via. Vede uno dei ragazzetti sfilare una card da un videogioco e scappar via, lasciando la ragazzina (bianca) a piangere. "Poi dicono che uno diventa razzista", mi dice. Mi racconta poi della tipica scena al KFC coi negri (anche i niggers dalla pelle bianca) ai rubinetti gratuiti a riempirsi di bevande colorate il boccione con incontrollata avidità[3] senza capire che l'experience prevede esattamente quello, il sogno di tracannare senza limiti lodando la propria astuzia.

Non è difficile identificare chi ti fa pagare l'experience: se comincia col dirti "oggi finalmente puoi..." allora ti sta vendendo sogni.


1) Mi tornano in mente queste cose dopo aver accompagnato un'amica alla Feltrinelli a comprare... carabattole. "Esperienza", cioè ciondolare tra gli scaffali a dire "che bello, che bello". A fotografare lo scaffale dei libri "a sorpresa", impacchettati con lo spago, come se il solo fatto di essere inchiostro su carta proveniente da tipografie di medio-alta tiratura implichi un sorprendente valore. E ad eseguire il liturgico acquisto di qualcosa di inutile come gesto di cortesia nei confronti di chi ti ha approntato l'experience.

2) Dall'Apple alla parafarmacia del paesetto è tutta una gara a contornare di experience i propri prodotti.

3) Come se in Italia non avesse mai visto scene del genere. Come se nessuno sapesse che quelle bevande sono miscelate al momento dall'apposita macchina da sacchetti di polverine prodotte industrialmente a costo quasi zero. Come le orwelliane macchinette fabbrica-romanzi e fabbrica-canzoni ad uso dei prolet, antesignane dell'industrializzazione dei circenses.

mercoledì 23 agosto 2017

Far soldi giovanili a palate

Ero a cena da amici. La figlia, sui dieci anni, sogna - come ormai tutti quelli della sua età - di diventare una famosa youtuber che guadagna cataste di milioni facendo un po' di smancerie davanti a una webcam. Il sogno di far soldi a palate con zero fatica e massima vanità calato addosso a una ragazzina di dieci anni - e non è il primo caso che mi capita.[1] Vuole consigli. I genitori mi guardano con estatico interesse.[2] Resto lì imbambolato come un pesce surgelato, perché in un istante mi si accavallano diverse immagini in testa.

La prima viene da non ricordo più quale romanzo. Un sacerdote rimedia ad una fanciulla i soldi per realizzare il sogno di diventare ballerina.[3] La fanciulla, come tutte le donne di spettacolo, si rovinerà la vita passando di letto in letto.

La seconda è un amico cineoperatore che mi raccontava amareggiato la foga dei suoi capi nel ricordargli di inquadrare il più frequentemente possibile le curve delle signorine semisvestite impegnate nelle solite mignotterie. Non era per moralismo o per fede: era per la delusione. Sognava di contribuire alla produzione di qualche bel film, di qualche serie di successo, e invece si ritrova a riprendere con la massima tecnologia immaginabile scene di estrema cafoneria e pornografia di fatto.

La terza è quando una praticante non fu assunta perché i suoi social network avevano contenuti un pochino imbarazzanti per una donna della sua età. Ma senza il quotidiano raccolto di Like la signora non riusciva a sentirsi a suo agio. E la quarta è il sottoscritto da bambino a cui qualcosa aveva suscitato la sete di provare tutto ciò che gli fosse stato proibito, specialmente quando senza convincenti e dettagliate spiegazioni.[4]

Così, in un attimo, accetto il compromesso - non posso fare una lezione di teologia e morale a chi ha già eletto di farsi vedere su youtube - e, nella segreta speranza di far leva sulla sua pigrizia mentale, elargisco qualche Importante Consiglio Professionalmente Tecnico: nel girare i video, non avere un background che distrae, non avvicinarsi alla videocamera per evitare di uscire in parte fuori campo, chiudere porte e finestre per non arricchire l'audio di rumori della strada, aver davanti (fuori campo) un testo scritto da recitare in modo da non intervallare con i noiosi "uhm beh allora insomma"...

C'è un che di diabolico nell'evoluzione della vanità giovanile in fissazione di poter fare soldi a palate adoperando la propria immagine. Cioè nell'aver smesso di ricordare - a casa come in famiglia - le lezioni del passato prossimo. Tredici anni fa Youtube non esisteva. Tredici anni. Un soffio.


1) È come per quei ragazzini che credono di diventare ricchi da un giorno all'altro con poche cliccate del mouse investendo la propria paghetta in qualche altcoin e imbroccando il momento magico del mooning, cioè di quando il valore schizzerebbe in alto fino alla luna.

2) Chissà se in quel momento pensavano solo a vantarsi "mia figlia è già un'affermata YouTuber", oppure stavano già calcolando come gestire il tumultuoso fiume di soldi che riceveranno.

3) Il sacerdote in questione, tutto pio e generoso, era talmente convinto di far del bene da illudersi che la donzella avrebbe sempre resistito ai meccanismi perversi di quel particolare ambiente.

4) Per questo mi fu concesso di fumare una sigaretta quando lo chiesi seriamente. Quando ebbi tra le dita quella roba fumogena e puzzolente, istintivamente mi ritrassi. Mai fumato una sigaretta in vita mia.

lunedì 21 agosto 2017

MilanoMilano

Una curiosa malattia della nostra società: la divisione netta tra tempo passato lavorando e tempo passato godendosi la vita. Come se il tempo speso sul posto di lavoro non fosse vita, ma fosse solo il prezzo da pagare per poter sentirsi vivi, per pagarsi tempo "vivibile". Prima lavorano tutto il giorno, e poi la sera devono "esagerare". Dopo tutta la settimana, il week-end in cui si deve "esagerare". Dopo qualche mese di lavoro, in occasione di ogni ponte o di ogni settimana di ferie, occorre "esagerare". Come se la vita finisse in caso di assenza di "esagerazioni".

Così, abbiamo questa vecchia conoscenza che una quindicina d'anni fa ha lasciato il paesello per andare a lavorare a Milano. Per conquistare quella che considerava la sua libertà. E la prima cosa che ha fatto lì è stata adeguarsi a quella moda: da un lato lavoro senza sosta, e dall'altro esagerazioni senza sosta.

Alle soglie dei quarant'anni, si iscrive al corso di canto. Moderno. Canzonette anni ottanta. Prima lezione, il maestro super esperto la rimprovera... senza sosta, perché a Milano è tutto senza sosta. Severissimo, dicono che sia bravo, in realtà lo fa per togliersi dalle balle gli sfaccendati che credono di comprare un talento senza altro impegno che pagare la tariffa. Invece di mandarlo a cagare, lei prenota le lezioni successive, e l'esimio professore assegna anche i compiti per le vacanze: esercitarsi sulla Donna Cannone, che dovrebbe essere un brano famoso (non fatemelo cercare con Google). Ma forse ha prenotato solo perché a quel corso - al pari del corso di ballo, della piscina, del club - si possono conoscere dei single.

Single, sì. La menopausa incombe, e dopo aver passato tutta la vita fertile a evitare di diventar mamma, decide che le occorre trovare un compagno con cui fare un figlio. Unirà l'utile e il dilettevole, prenotando una vacanza a Rimini. Mi chiede se conosco Rimini. Certo che la conosco, ci andavo almeno due volte l'anno - per gli esercizi spirituali e per il Meeting del movimento. Ma no, tu non la conosci, tu a Rimini non vai mai per divertirti. Oh, cielo, divertirsi a Rimini: e cosa c'è di tanto divertente? Girare per negozietti e localini in mezzo a un fiume di gente in attesa di occasioni di peccare contra sextum?

Mi confida che intende tornare a una certa vacanza per single, una cosa organizzata per far incontrare la domanda e l'offerta. La tanto agognata libertà della donna ha prodotto solo una catasta di attempate ultratrentenni single che lavorano per pagarsi il tempo "vivibile" (quello dove si "esagera") e che nel frattempo avvertono con con crescente allarme l'avvicinarsi dell'ultimo rintocco della fertilità.

Ha ripetuto liturgicamente il solito discorso sulla necessità di una reciproca attrazione fisica e mentale (come se questi due ingredienti, una volta apparsi, fossero garantiti a vita... e come se avesse dimenticato di essere già da troppi anni nella fase declinante della propria vita fisica). Ha setacciato la comitiva di amici, il gruppo del corso di canto, i compagni di classe del liceo, per accorgersi che gli unici single sono solo i soliti rimasugli stantìi del fondo del magazzino. I principi azzurri hanno già tutti moglie e figli - e quelli divorziati hanno già sottomano qualcuna più appetibile. E sullo sfondo, questa società del "guadagna-consuma-crepa" si sta estinguendo.

Intanto il suo "ex" fidanzato col quale da giovane spese sette o otto anni di fidanzamento lavora presso una stazione di servizio col terrore di essere prima o poi sostituito da un extracomunitario. L'età e la forza di gravità lo hanno trasformato: il palestrato di una volta vede sbiadire e trasformarsi in modo goffo i suoi primi tatuaggi, non riesce a liberarsi della pancia da bevitore, ha una pelle che sembra una giacca spiegazzata, sembra un sessantenne in ogni dettaglio - salvo il fatto di avere appena 45 anni. Vive in perenne attesa del giorno di paga: qualche tempo fa è stato ridotto al lastrico dalla ex moglie che sposò convinto della reciproca "attrazione fisica e mentale". È già tanto che abbia ancora una vecchia Hyundai usata, che costituisce l'oggetto delle sue preghiere-imprecazioni mattutine finché non si accende il motore. Talvolta riesce perfino a chiedersi cosa sia andato storto nella sua vita.[1]


1) A questo scenario manca solo il giovane parroco che durante la predica dica che bisogna farsi tutti evangelizzatori e leggere una pagina di Vangelo ogni giorno e commentarla in famiglia. Se gli va bene, i due soggetti citati in questa pagina si limiterebbero a indirizzargli un'occhiataccia interrogativa: da quale remoto pianeta sei appena arrivato?

domenica 20 agosto 2017

Fantozzi aveva improvvisamente capito di doversi dare al ciclismo

La seria crisi del movimento di Comunione e Liberazione era già cominciata da anni ma fu ufficializzata da quella sferzata a piazza san Pietro due anni fa, che dai piani alti ci comandarono fin da subito di spacciare per carezza. La recente intervista di don Carrón conferma quell'ordine perentorio di scuderia insistendo nel sostenere la teoria dei Grandi Cambiamenti Radicali Senza Precedenti[1] che forse non sono tanto grandi, e ancor meno radicali, e ancor meno senza precedenti, visto che noialtri popolino bue veniamo ossessivamente considerati incapaci di notare.

Ho sempre diffidato di coloro che ad ogni questione replicano cambiando discorso e infilando le parole "ben altro". Me lo ha insegnato il movimento, a diffidare di chi declassa questioni teologiche a pastorali, psicologiche, politiche, quando non addirittura a slogan e sofismi. Me lo ha insegnato don Giussani, specialmente per ciò che riguarda la fede, il riandare agli aspetti essenziali piuttosto che crogiolarsi nel benaltrismo. Per questo mi addolora leggere don Carrón paragonare le esternazioni del Papa al linguaggio sì duro, ma non imbarazzante, usato da Cristo. La fedeltà al Suo Vicario andrebbe intesa come tifoseria? Quando il Papa fa un pasticcio, occorre in verità tacere e pregare perché si ravveda e confermi i suoi fratelli, non ostentargli appoggio incondizionato, non tentare di far sembrare sacrosanta e infallibile l'imbarazzante esternazione.[2] Quando dice che Bergoglio sarebbe la "radicalizzazione" di Ratzinger, restiamo a bocca aperta pensando che si tratti di una barzelletta di cattivo gusto.[3]

Ed è imbarazzante perché il Papa non si rivolge a qualche novello Zaccheo - che, ricordiamolo anzitutto a Carrón, già desiderava vedere il Signore e ha cambiato vita ancor prima che il Signore entrasse in casa sua. Ed è imbarazzante che Carrón ci ammannisca un discorso su un'imprecisata libertà, imprecisati conflitti, imprecisati confronti, imprecisato ottimismo... ma scusate, Carrón è il capo del movimento o è l'ultimo arrivato in Azione Cattolica? Non è che a un discorso fumoso si appiccica l'etichetta "Cristo ha incontrato" e improvvisamente il tutto diventa ciellinissimo e cattolicissimo.[4] Un sazio perbenismo non si combatte con un perbenismo imborghesito, e ancor meno un donchisciottesco attaccare nemici pressoché inesistenti, come il presunto moralismo dei presunti fanatici delle regole, sostituito da un incontrismo senza regole in cui magicamente l'incontrarsi fa diventare tutti più buoni.[5]

Ma forse Carrón, dopo due sessenni alla guida del movimento, ha in agenda qualcos'altro.


1) Per parlare di "cambiamenti" occorre precisare rispetto a cosa. E perciò dare anche un giudizio. Mancano nelle scuole di comunità sia il primo che il secondo. Un cambiamento di cui è vietato parlare è -ad esempio- l'avere un Papa di cui vergognarsi. Un altro tabù è l'autoriduzione del movimento a ciò che avevamo sempre criticato, a partire dalle alte sfere. Ma non sono questi i "grandi cambiamenti epocali" di cui parla Carrón.

2) Che il Papa abbia sempre bisogno di "ravvedersi" per confermare i suoi fratelli non è un'opinione. C'è qualcuno che si è ravveduto di più, qualcuno di meno. Questi due punti dovrebbero essere sufficienti a capire che è un errore madornale l'atteggiamento di tifoseria, e lo sapeva anche don Bosco, e lo sapeva ancor più l'Apostolo delle genti.

3) A chi si rivolge esattamente Carrón? Nonostante la collaudata abilità dialettica, ad un lettore più attento non sfuggirà che il suo papismo di maniera è stato inserito a forza nell'intervista per farlo apparire compatibile con la terminologia in voga nel movimento. Dico terminologia perché ho l'impressione che Carrón abbia annacquato i termini quanto basta, come se l'intervista fosse mirata a spacciarsi - dentro e fuori del movimento - per tifoso ultrà di papa Bergoglio. Ma a che serve esattamente?

4) Questo metodo funziona solo al contrario. Prendi una torta di qualsiasi qualità, appiccicale sopra una defecazione del tuo cane, e il risultato è sempre uguale qualsiasi torta tu abbia scelto.

5) È anche peggio di quando a furia di parlare di avvenimento i ciellini dimenticano che se avvenimento c'è stato, c'è poi anche l'invincibile sete di conoscenza delle verità di fede.

domenica 6 agosto 2017

Presto! Prepara una domanda intelligente!

Un problema fondamentale della scuola italiana è l'aver sempre promosso la mentalità del mettersi in mostra. Come se contasse non la capacità di analizzare e risolvere i problemi, non la capacità di sintesi e lo spirito critico, non la capacità di vedere anche ciò che il libro non mostra, ma solo l'indovinare la rispostina prima degli altri, per trasformarsi da spettatore a protagonista e guadagnare invidiosi applausi. "Presto, presto! prepara una domanda intelligente!" Cioè: diamoci da fare per metterci in mostra. La scuola-telequiz non è un fenomeno recente, anche se certi intrattenimenti televisivi dell'ultimo mezzo secolo hanno pesato moltissimo nel consolidare la mentalità.

Al sottoscritto brucia ancora il ricordo degli anni spesi nell'assecondare gli insegnanti nel loro sterile nozionismo.[1] E fa ancora sorridere il ricordo dello sguardo avvelenato di certi compagni di classe, esperti della risposta rapida e della "domanda intelligente", quando con aria annoiata li battevo sul tempo: il danno e la beffa.

Un vecchio proverbio americano dice che educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco. Nella scuola italiana - e soprattutto nella burocrazia scolastica italiana - lo scopo ultimo è di riempire un secchio, litigando al più su come lottizzare lo spazio disponibile nel secchio.[2] Un insegnante di mia conoscenza è stato redarguito dal preside perché bisogna essere indifferenti rispetto ai contenuti, e i contenuti vanno rispettati secondo il piano prestabilito. Vietato esprimere giudizi, vietato guardare più in là. Mi chiedo, a questo punto, a che serva pagare un insegnante visto che per la lezione frontale può essere sostituito da un registratore e per le interrogazioni può essere sostituito da questionari prestampati. Ma poi chi farà la "domanda intelligente" per mettersi in mostra e surclassare gli altri?

Il risultato di quest'intelligentismo è che quando parli non ti ascoltano. O hanno una "domanda intelligente", o devono farti capire che loro sapevano già come si fa. Cioè un'ignoranza piena di sé.


1) Fu paradossalmente una vera fortuna cominciare il lavoro e gli studi universitari con tutta l'ignoranza che aveva saputo darmi la scuola. Appresi con passione, con sete di conoscenza, partivo dall'idea di essere ancora ignorante. I colleghi "secchioni" proseguirono nel metodo del riempire un "secchio" di nozioni, ma nonostante i centodieci-e-lode e tutti gli extra, non riuscivano a sviluppare né l'intuito, né la creatività, né la passione, e nemmeno quel saper esprimersi in modo frizzante tale da attrarre l'interesse sia dell'esperto che del principiante.

2) Come in tutte le lottizzazioni, bramano di infilare dodici o tredici litri in un secchio da dieci, e c'è sempre qualcuno che non vuol rimanere in disparte e pretende di aggiungere un quattordicesimo litro.

sabato 5 agosto 2017

Effetto cobra

Secondo un diffuso aneddoto, durante il protettorato inglese sull'India, i governanti inglesi a Delhi, preoccupati per la diffusione dei serpenti velenosi cobra, stabilirono una ricompensa per chiunque avesse consegnato un cobra morto. Dopo il successo iniziale, gli indiani si diedero da fare per allevare cobra da consegnare per riscuotere il premio. Il governo, venutone a conoscenza, ovviamente smise di pagare, col risultato che gli allevatori di cobra si sbarazzarono delle ormai inutili bestie... senza ucciderle. Il risultato fu che i cobra in circolazione risultarono molti di più rispetto alla situazione iniziale.

Secondo un altro aneddoto, storicamente più documentato, durante il protettorato francese in Vietnam, i governanti francesi stabilirono una ricompensa per ogni topo ucciso, da pagarsi dietro la presentazione della coda. Non ci volle molto a vedere Hanoi infestata da topi con la coda mozzata: i vietnamiti non uccidevano i ratti perché altrimenti non si sarebbero riprodotti e sarebbe terminata la fonte di guadagno.[1]

Fra il 2000 e il 2005 negli Stati Uniti venne approvata una legge per alleggerire il carico fiscale ai proprietari delle ferrovie che avessero "ammodernato le linee". I diretti interessati subito ne approfittarono, smantellando le linee poco usate (presentando la cosa come prima fase dell'ammodernamento) e vendendo i metalli avanzati alla Cina. Che era in pieno boom e disperatamente a caccia di acciaio, anche usato. Pochi anni dopo - già dal 2009 - le compagnie ferroviarie lamentavano di non trovar più posto dove parcheggiare vagoni. Negli stessi anni, in Italia, ugualmente partiva un ammodernamento che ha "snellito" la rete, cioè l'ha impoverita.

Ma è fin dagli Atti degli Apostoli che abbiamo notizia di storpi che temendo il miracolo della guarigione (cioè la fine dei propri guadagni, miseri ma comodi perché l'elemosina non è un lavoro) preferirono nascondersi. L'avidità umana fa dimenticare - o considerare tutto sommato tollerabile - qualsiasi problema: Franza o Spagna, purché se magna. Anzi, una volta associato il problema al guadagno, l'uomo tende a far permanere il problema pur di non perdere il guadagno. Ai vietnamiti che più soffrivano il problema dei ratti, suonava più importante un topo vivo (capace di generare nuovi topi dotati di coda) che uno morto. Agli indiani che rischiavano ogni giorno la morte per un morso di cobra, venne non solo l'idea di allevarli (come se il denaro degli inglesi fosse infinito e aspettasse solo loro), ma anche di sbarazzarsi dei cobra non più riscattabili... lasciandoli vivi (troppa fatica uccidere le pericolose bestie, e poi un dispettino agli inglesi tirchi ci sta bene, no?).

Questa dinamica funziona ovunque - scuola, lavoro, giochi, frivolezze, perfino affetti - e se ne teorizza perfino lo sfruttamento a proprio vantaggio - schemi Ponzi, pubblicità virale, ecc.


1) La prima volta che ho osservato personalmente un "effetto cobra" fu diversi anni fa, quando le compagnie telefoniche italiane offrivano minuti gratis e autoricariche: un conoscente si vantava di aver lasciato nel cassetto della scrivania due telefonini accesi e sotto carica, col primo che riceveva una telefonata dal secondo per ore intere, estraendo "autoricarica" a danno di due canali cellulari perennemente occupati. Oppure un altro, che avendo scoperto che all'epoca la TIM fatturava le telefonate circa undici minuti dopo l'inizio della chiamata, faceva solo mini-ricariche in modo da arrivare con pochi centesimi di credito, e approfittare lì per telefonare a sbafo per undici minuti alla tariffa super costosa.

mercoledì 26 aprile 2017

La morte nell'epoca Facebook

Grazie a Facebook ho appreso in modo del tutto casuale della morte di una compagna di liceo. L'ho appreso dai commenti costellati di frasette genericamente religiose e di "RIP" a margine dell'ultima vignetta che aveva condiviso sulla sua "bacheca" poco più di due anni fa.

Non ricordo di aver scambiato con lei più di qualche banalità negli anni del liceo, dopo i quali ognuno prese la sua strada. Una morte così, per un tumore, a quell'età, ti lascia senza parole, e ti ritrovi a rifletterci e a pregarci anche settimane dopo. Tanto più che la sua bacheca Facebook diceva qualcosa dei suoi ultimissimi anni.

Diceva il solito elenco di trite banalità. Le solite vignette acchiappa-Like. Le solite foto delle riunioni. Le solite foto dei dolci. I soliti commenti degli amici. Insomma, il solito affannarsi a dire al mondo - tramite la piattaforma americana - "ehi, ci sono anch'io", e l'aver trasformato questo grido di solitudine in un passatempo quando si aspetta il treno, in un'urgenza, in un gesto di galateo... mentre la vita vera, quella che nelle "bacheche" raramente si nota scorrere perché al più se ne vedono i risultati finali, sta continuando.

Ricordo tante bacheche Facebook come la sua improvvisamente ferme da qualche anno, improvvisamente abbandonate. Potrebbe essersi guastato il computer o il cellulare, e il proprietario aver perso la password della sua bacheca, o perso l'abitudine e l'interesse a usare Facebook, o la sua vita scossa da qualche evento tale da considerarlo inutile per qualche tempo. Oppure può darsi che sia morto. Non è che Facebook, i blog, i forum, vengano avvisati di un infarto, di un incidente stradale, di un cancro. Come ad esempio il blog di Ritina, che è ancora lì, molti anni dopo la sua morte. Prima o poi Facebook potrebbe cambiare policy riguardo agli account su cui non si registrano più attività da diversi anni (ma non credo che lo farà presto, visto che chiudere utenze è contro i suoi interessi commerciali).

Da un po' di anni Facebook ha cambiato rotta di 180 gradi e spinge verso impostazioni di privacy paranoiche punzecchiando coloro che continuano a riempire la propria bacheca di contenuti in modalità "visibile a tutti". Questo significa che se il proprietario muore e tu non eri nella sua lista amici, non vedrai neppure i commenti RIP. Vedrai solo pochi rottami di quella sorta di suo testamento informatico fatto di frasette mielose, banalità che vorrebbero sembrare argute, cibo, riunioni, animali domestici, vacanze, e altre frivolezze (sono da considerare tali anche i proclami politici, religiosi, sportivi, che quando espressi su Facebook non hanno mai fatto cambiare idea a nessuno). Come se davvero vivessimo anzitutto per questo. Come se quella bacheca fosse sfogliabile in eterno in ogni pagina dall'inizio alla fine, e i Like valessero come punti di bonus in paradiso.

Scherzo spesso sul fatto che grazie a Facebook e Google è possibile, con buona probabilità, conoscere tante cose di persone con cui non sei più in contatto e di cui probabilmente ti interessa restare alla larga, volendo solo soddisfare una curiosità momentanea. Il tuo piccolo mondo non si rimpicciolisce col passare degli anni, non si limita a famiglia, attuali vicini di casa e attuali colleghi di lavoro: ed è una gran cosa, dal momento che pochi anni dopo aver lasciato un ambiente (scuola, sede di lavoro, abitazione) non riesci più a ricordare i nomi di coloro che ti erano stati accanto pressoché ogni giorno. Tanto più quando si tratta della loro morte.

Io e lei abbiamo speso cinque anni di adolescenza nella stessa aula. Ricordo il timbro della sua voce pur non avendo mai avuto da dirle altro che le solite banalità ambientali. Mi resterà il ricordo della sua bacheca Facebook tristemente identica a tutte le altre. Pur non avendo avuto molto a che fare con lei mi resterà il magone di qualche sera fa, nel riflettere sul senso della vita dopo aver appreso di quella morte, e di essermi rigirato nel letto per un po' incapace di prender sonno.

domenica 2 aprile 2017

Solo un altro prestitino, per una giusta causa...

Ho perso il conto di quante volte mi son sentito dire dai nonni che i soldi "non si prestano nemmeno agli amici più cari". Ma in diverse occasioni, pur in perenni ristrettezze economiche, ho prestato, perché è difficile dir di no a un amico in difficoltà. Certe volte ho rivisto i soldi, altre volte non ho più rivisto né i soldi né l'amico. Ed al prossimo candidato alla sparizione non ho saputo dir di no. Come si fa a dir di no ad un amico d'infanzia, di fede, di studi e lavoro?

La vecchia saggezza dei bisnonni non dava spiegazioni perché sono troppo lunghe: chi pretende di capire tutto ha bisogno di finirci dentro fino al collo. Per capire occorre aver prestato ripetutamente ad un caro amico pur avendolo sentito giurare sempre che è "l'ultima volta" che bussa a denari, pur avendolo visto mandare a monte matrimonio, casa, lavoro, dopo essersi inimicato - sempre per soldi - amici e familiari. Ci si rende conto di quella "vecchia saggezza" solo quando finalmente si cominciano a notare le discrepanze - sottili ma significative - nel lungo fiume di convintissimi discorsi che l'amico ha fatto per prepararsi a chiedere un altro prestitino.

Dato che la mia vita è stata un'interminabile catena di complicazioni, tendo a prendere sul serio chi torna da me con una faccia desolata a dirmi che c'è un imprevisto in più. E poi "il denaro non dorme mai": anche se non ho mai nuotato nei soldi come zio Paperone, mi secca lasciarlo fermo. A costo di prestarlo ad un amico che non si sa quando potrà rendermelo, quasi come se fosse un dono che a sorpresa, imprevedibilmente, potrebbe un giorno fruttare.

L'amico ha infatti finalmente trovato lavoro nella Grande Città. Dove tutto costa il triplo rispetto che al paesetto. Dove però le opportunità sono tante, dove un caffè o una breve telefonata cambiano il destino. Senonché la scorsa notte, per l'insonnia dovuta ad una cattiva digestione, mi è capitato di riflettere su quelle "discrepanze". Ho avuto un sussulto quando non sono riuscito più a scacciare l'ipotesi che i soldi che non volevo far "dormire" sono finiti nelle mani di un abilissimo raccontaballe. Donare è una forma di investimento: ma si dona quando si ha una ragionevole speranza che tale investimento non sia uno spreco. Sono disposto a donare, ma detesto veder sprecato anche un solo centesimo.

In diverse occasioni della mia vita, di fronte a situazioni complicate e avendo davanti persone che esigevano in tre secondi un completo ragionamento in bianco e nero con buoni da una parte e cattivi dall'altra, ho dovuto rinunciare a spiegarmi perché avrei fatto la figura del contaballe. Per questo, quando sto dall'altra parte della barricata, non mi insospettisco subito di fronte a chi non riesce a spiegare tutto in poche, chiare e semplici parole. Col risultato - purtroppo - che l'apertura mentale rischia di degenerare nell'ingenuità. E che il vecchio amico di una vita intera, lì nella Grande Città, magari non sta lavorando ma sta solo stancamente aspettando che gli piova magicamente addosso qualche Grande Occasione (o almeno qualche occasioncina per tirare a campare anche il mesetto successivo).

Una menzogna può essere costituita anche dal 99 per cento di verità e dall'un per cento di aspettative spacciate per realtà concrete. Un mentitore non è necessariamente un professionista dell'inganno: il più delle volte è in buona fede convinto di poter infilare qualche aspettativa nel discorso dandola per dato acquisito. Salvo poi subire la doccia fredda della realtà. È possibile che lasciando lo stabile, l'ultima sera, sia andato a nanna pensando "per i mobili domani si vedrà". E invece ha visto solo la dipartita di un altro mese di fitto, inutilmente pagato per consentire ai mobili di raccogliere polvere. Oppure quando ha deciso che non può rimanere senza auto, e perciò ha rinnovato l'assicurazione al vecchio catorcio che continuamente ha bisogno del meccanico. Oppure quando ha deliberato che una certa spesa è passata a sorpresa dalla categoria del frivolo a quella del necessario, e che bisogna subito approfittare dello sconto altrimenti cambierà di nuovo categoria.

Sono poche le persone che non si fanno istupidire subito dai miasmi dello "sterco del demonio", la cui principale caratteristica è quella di cortocircuitare ragionamenti, osservazioni, ideali, decisioni.

lunedì 27 marzo 2017

Stroncatura postuma dello Young Pope

Col ritardo tipico di chi aveva altro a cui pensare, ho finalmente trovato un po' di tempo per vedere qualche episodio di The Young Pope,[1] forte del fatto che amici del movimento a suo tempo me lo vantavano con i soliti "ooh" emessi da bocche "a culo di gallina" (e soprattutto del fatto di non aver letto all'epoca recensioni ma solo qualche improvvisato elogio dell'immagine di un Papa conservatore ma ateo e fumatore).[2]

Come facilmente prevedibile, quegli amici erano affetti dalla solita sindrome dei denti bianchi:[3] per qualche singolo aspetto marginale interessante avevano deliberato di acclamare l'intera carogna. In realtà è stato già faticoso resistere fino alla fine del primo episodio, e con ferrea volontà fino al terzo. Quella serie, per dirla in termini fantozziani, è una cagata pazzesca, un'americanata che al massimo è stata ispirata dal tremendamente lassativo Habemus Papam di Nanni Moretti, e qui potrei già concludere la recensione.[4]

La fotografia, anzitutto, è esclusivamente funzionale ai turisti americani che considerano la Santa Sede una graziosa[5] collezione di edifici d'altri tempi, in cui pullulano persone con abbigliamento d'altri tempi con sullo sfondo opere d'arte d'altri tempi, riuscendo a far peggio persino di Moretti.

I personaggi - a cominciare dal protagonista - sono effettivamente rifiniti con una vecchia ascia senza filo: la serie si attarda a lungo su particolari inutilmente secondari laddove una singola breve inquadratura (il cardinale che legge il Corriere dello Sport) poteva bastare e avanzare. Non hanno anima, non hanno ideale, non hanno nemmeno intelligenza: sono scatole vuote che emettono frasette preconfezionate, recitano una parte che non sentono loro e, per chi conosce l'untuosità tipica del clero, sono più prevedibili di una Peppa Pig.[6]

La trama esige non una suspension of disbelief, ma un'ottundimento da lauto pasto: fin dall'avvio fantascientifico dell'elezione di un pontefice di cui i cardinali non sapessero già tutto, sembra che l'autore della sceneggiatura provi sadico piacere nel relegare improvvisamente a un piano secondario quello a cui aveva dedicato tutte le premesse per renderlo primario, oltre che dell'infilare in modo dilettantesco tentativi di colpo di scena ai quali poi dar poco seguito (come la prima omelia pubblica), poca spiegazione o spiegazione postuma e posticcia. Sorrentino sembra persino rendersene conto, al punto da aver bisogno di far infilare inutili siparietti volgari che non aggiungono nulla ai personaggi e ancor meno alla trama (come l'accanirsi ad aggiungere pepe sperando di insaporire la brodaglia). Voleva fare l'ermetico, è riuscito solo ad essere lassativo.[7]

L'unica impressione decentemente trasmessa agli spettatori è che il Vaticano, lungi dall'essere il luogo dove si governa la Chiesa alla luce della Verità rivelata, si è da molto tempo ridotto ad un'inestricabile rete di umane miserie inarrestabile e dotata di vita autonoma, sostanzialmente estranea ad almeno il 99% del gregge affidatole, nella quale è straordinariamente difficile persino il dire un'ovvietà (ad esempio nella scena del cardinal finocchio, dove giustamente a parlare è il silenzio). E -forse- l'altro pallido merito è di raccontare di un papa vendicativo, incoerente, disturbato, fissato,[8] non più autorità suprema ma solo esecutore testamentario di una Chiesa ormai auto-eutanasizzata.[9]

Che una fiction del genere sia stata scritta e pubblicata nell'epoca bergogliana è a dir poco significativo. Il tipico laicista si leccherà i baffi all'idea di un'amena storietta su un Papa che brutalizza la cristianità. Il cattolicone da salotto tiferà per Jude Law[10] ogni qualvolta tuona contro l'omosessualità e l'aborto,[11] salvo poi cercare di suspendere la disbeliffa quando arriveranno le puntuali e sgradite conseguenze:[12] per quanto sia sacrosanto essere furiosi dal pulpito e comprensivi dal confessionale, la pretesa di una donazione totale a Dio in quei termini suona peggio di un mix di giansenismo e calvinismo.[13] Il tradizionalista sbaverà alle immagini di un papa con abiti giusti[14] e autorità indiscussa. Tutti dimenticando che sono stati solo alcuni dei singoli ingredienti ad eccitare la nostalgia delle cose buone, e che non valeva la pena correre ad entusiasmarsi per una carogna solo perché è stata abbellita da dei denti bianchi.


1) Produzioni del genere vengono sempre riciclate in prima tivù qualche tempo dopo, in modo da assicurarsi che anche l'ultimo dei vecchietti rincoglioniti abbia da sorbirselo. Come tutte le storiette di regime, ci sono infatti almeno due livelli di lettura: quello per la bassa plebe, a cui rifilare l'idea del papa che pur trasgressivo, schizoide, disturbato, alla fine comanda sempre il sorriso, e quello per gli intellettuali, a cui propinare l'idea che lo sfascio ecclesiale va affrontato con grottesche "variazioni sul tema".

2) Paramenti, triregno, bacio della sacra pantofola, punizione del clero omosessuale... ce n'è quanto basta per stuzzicare il tradizionalismo latente del normale frequentatore di parrocchia.

3) Don Giussani ci insegnava sempre che l'atteggiamento critico non è il rabbioso accanirsi sui limiti delle cose in cui ci si imbatte ma il sorprenderne il valore; i giussanologi hanno invece capito che bisogna infatuarsi di tutto, deliberatamente ignorare i limiti di ogni cosa per concentrarsi su un qualsiasi valore fingendo di aver notato solo quello. Che è lo stesso del degradare la speranza cristiana a ottimismo sorridente e sospirante.

4) Vuole stuzzicare il senso del misterioso e invece si limita ad alludere fumosamente per poi rinviare la soluzione a pagina 46 della puntata successiva, oppure a srotolare uno spiegone-filippica perché deve pur riempire di minuti la puntata.

5) Ben vengano i turisti dollaromuniti a Roma. Non tanto per la valuta, ma perché siamo in un'epoca in cui si impara più dalle pietre che dalle omelie.

6) La figura del Segretario di Stato pare estratta a forza da qualche vecchio filmetto di Nino D'Angelo.

7) L'autore, pur documentato su certi meccanismi curiali almeno quanto un seminarista dimesso per eccessiva omosessualità, non si è vergognato di ammannire ridicoli polpettoni come l'idea di barattare un cardinalato coi segreti delle confessioni. Come se certi prelati si confessassero davvero, e per di più all'interno del Vaticano.

8) "Sperglord" è il termine sprezzante del gergo giovanile americano per definire quei soggetti talmente disturbati da esser sospettabili di sindrome di Asperger.

9) Non sono il primo ad aver visto l'ironica allusione a Bergoglio o a rimpiangere i tempi ratzingeriani in cui non era imbarazzante difendere gesti e parole del Vicario di Cristo.

10) Bizzarro nome che ha assonanza con "legge giudaica".

11) Salvo poi piegarsi ad un profondo ammorbidimento: amore, sorrisi, vi amo!... Mai affezionarsi a un personaggio delle fiction. Nelle puntate successive ti verranno forniti tutti i motivi per pentirtene.

12) Non essendo un cattolico da salotto, non sono del tutto sicuro che un moralismo antiabortista (cioè chiacchiere da farisei) salvi più vite umane di un silenzio sull'aborto.

13) L'idea malsana che tale fiction tenta di somministrare all'incauto telespettatore è che qualsiasi recupero della Tradizione corrisponde ad un moralismo estremo destinato a sfociare in un melenso sorriso. Tutti i salmi finiscono in gloria, e tutte le omelie moderniste finiscono in volémosebbène.

14) Altro che il Pontefice che esibisce la manica strappata o che si fa notare uscendo da un "bagno chimico"...

martedì 28 febbraio 2017

Ancora sulla liquefazione del movimento

C'è un altro vecchio articolo di Roberto De Mattei su cui vale la pena tornare.

Premetto che ho grandi amici "tradizionalisti" che accusano di "modernismo" il movimento di Comunione e Liberazione perché si limitano al suo aspetto più superficiale - che poi è lo stesso che nelle mie paginette di blog ho sempre indicato come "imborghesito", ridotto cioè ad un attivismo (da "cielloti") o un intellettualismo (da "giussanologi").[1]

Un avvenimento di vita cioè una storia fu uno dei libri le cui pagine lasciarono il sottoscritto adolescente a bocca aperta,[2] tanto facevano risultare evidente il nesso tra la fede e la ragione. De Mattei invitava a rileggerlo per verificare - a suo dire - di essere rimasti "con una sensazione di vuoto intellettuale".

È vero, nel senso che quel libro non contiene intellettualismi. È una raccolta di articoli e interventi, non è un ponderoso e articolato volume di dottrina. La sua forza sta nel far emergere la mentalità di chi si oppone a quella riduzione del cattolicesimo a fatto intimistico, a ispirazione interiore, a collage di buoni sentimenti e persino a fatto intellettualistico. Esattamente le gabbie puzzolenti verso cui il mio intuito di adolescente provava la più marcata e chiara repulsione. Qualcosa di vero non può essere invivibile o lontano dalla mia vita. Non sapevo ancora esprimerlo ma lo capivo: desidero una vita, non la tessera di un club e il suo strano gergo. Non so chi altro, al di là di don Giussani, abbia osato affermarlo da parecchi decenni a questa parte.

De Mattei avanza nella convinzione che CL sia talmente impegnata a elucubrare sull'avvenimento da non aver più tempo di scoprire il nesso che ha con le verità di fede. Quella che lui accusa come riduzione del cristianesimo a "pura esperienza ed esigenza dello spirito" coincide esattamente con la mia pluriennale critica a vasti settori del movimento che si sono fermati all'esperienzialismo da salotto, riducendo il movimento ad un discorso sul movimento.

Imbattendomi in certe persone concrete - che per amor di sintesi qui chiamo "CL" -, una delle mie prime esigenze fu quella di procurarmi il volumetto del Catechismo di san Pio X[3] e altri classici della fede (oltre ai testi indicati come salutari dal movimento) perché mi sarei sentito una mosca bianca a fare diversamente. Nessuno del movimento me l'aveva comandato o suggerito, eppure non riuscivo a sentirmi "ciellino" senza poter sfogliare con avidità quel Catechismo che quelle persone concrete (divenute rapidamente i miei migliori amici) stimavano e citavano. La loro era una fede vivibile, una fede che non è più un fardello o un'attività da circolo ricreativo, ma qualcosa che fa vivere più intensamente e più veramente la vita: il movimento che avevo incontrato mi induceva a desiderare di conoscere quelle verità di fede che erano i pilastri di quella vita. Nei primissimi tempi scoprii grato e commosso che i Memores Domini (i consacrati di CL, i ciellini che sul movimento hanno scommesso l'intera propria vita) pregavano con la serietà di chi è cosciente che quel gesto sta impercettibilmente cambiando il mondo (ciò che in parrocchia era trattato come robetta infantile e devozionalistica, tra i Memores era un gesto virile). È stato vedendo loro che ho capito che quelle preghiere erano indispensabili anche nella mia vita.

"Incontrando", ho ereditato e fatto mie delle cose che nei libri di don Giussani probabilmente non sono scritte ma che i migliori che lo hanno seguito le avevano già fatte proprie. Nessun mistero: è semplicemente il fatto che la carta stampata non è l'esatta fotografia della realtà (ed è anzitutto questo che De Mattei pare non aver capito).

Per questo stesso motivo sono stato (e oggi sono ancor più) pungente e sarcastico contro la riduzione esperienzialistica, che dà per scontata quell'eredità e si limita a rendere il movimento una "giussanologia" per "cielloti" sorridenti e dotati di molto tempo libero.[4]

De Mattei afferma che in CL "i princìpi che precedono l'esperienza e da cui l'esperienza dipende" sarebbero messi in secondo piano. Con dolore devo spesso dargli ragione, perché da quando ho incontrato il movimento fino ad oggi, ho dovuto rivedere più volte al ribasso la percentuale di ciellini per i quali l'avvenimento ineluttabilmente richiede e produce la sete di verità e dei sacramenti. Proprio noi che abbiamo sempre esaminato con attenzione i pericoli della riduzione della fede ad un sentimentalismo o ad un elenco di cose da fare. Proprio noi che ci siamo fatti beffe delle caricature che i sinistrorsi facevano del movimento. Proprio noi che abbiamo dedicato al Senso religioso molto più tempo che sulle altre questioni.

Quanto alla "scarsa sensibilità liturgica" di CL deprecata dal De Mattei, devo pensare che delle messe cielline ricordi solo la pur composta e veloce comunione sulle mani e che molti preti di CL sono diventati ciellini dopo anni e anni e anni di vita parrocchiale (è oggettivamente difficile, per un parroco, cambiare il proprio "stile" liturgico, anche se ha "incontrato ci-elle", così come è oggettivamente difficile, per un prete, cominciare a distinguere tra la sacrosanta ubbidienza e il non voler guerre coi confratelli, coi superiori e col vescovo). Non credo di essere una mosca bianca solo per aver incontrato assai raramente liturgie cielline sciatte ma... erano state sciatte perché il prete, sedicente ciellino, era sempre stato sciatto di suo. Se poi osserviamo la "sensibilità liturgica" delle parrocchie e degli altri movimenti, la sobrietà ciellina ha del proverbiale.

Sul perché De Mattei sommando gli indizi giunga a una conclusione inesatta è necessario un altro esempio. La convinzione della positività del reale è stata ridotta ad un generico ottimismo da parte di tanti ciellini, non di "tutti" i ciellini.[5] Per esempio il mons. Negri,[6] che di fronte al ribollire del modernismo ha saputo distinguere tra un legittimo desiderio di "cambiare per migliorare" (positività del reale) ed un pericoloso e maniacale accanimento del "negare per ricostruire". Cosa che naturalmente infastidisce gli esperti di quadripiloctomia, desiderosi di discorsi orwelliani "quattro zampe buono, due zampe cattivo", che sono poi gli unici che comprendono. Chi contesta l'esperienzialismo dovrebbe stare attento a non prestare il fianco al dottrinarismo o al cerimonialismo per poi fregiarsi abusivamente del titolo di "cattolici senza compromessi".

Ho anch'io applaudito (di malavoglia e per ubbidienza al capetto di turno) a qualche politico ciellino o "vicino" al movimento,[7] salvo poi far fastidiosamente notare qualche tempo dopo che misera fine aveva fatto il nostro contributo di applausi e voti, e ancor più fastidiosamente far notare che la patetica giustificazione del "meglio lui che i comunisti" non solo non reggeva alla prova della realtà ma risultava perfettamente simmetrico con l'errore ideologico che avevamo sempre condannato.[8]

Quando Borghesi dice che la pedagogia dell'esperienza salvò la Chiesa più del tradizionalismo, sta evidentemente parlando di quello già autoridottosi a difendere forme esteriori e regolamenti. Quando De Mattei afferma che il movimento non ha saputo dare ai giovani gli "strumenti teologici e filosofici", sta dimenticando che il movimento non era costituito da pensosi studiosi modello Alleanza Cattolica,[9] e che è già un risultato eccezionale (ancorché evidentemente insufficiente) l'aver resistito senza opporre ideologia a ideologia.

Mi sorprende, dunque, come De Mattei - che non è l'asino della terza elementare - riesca a ridurre il movimento ad un equivoco: "Ma chi è Cristo? La risposta ciellina è scoraggiante: colui che si incontra." Ha confuso il mezzo col fine. Ai bei tempi don Carròn poteva ancora permettersi, al momento delle domande durante gli esercizi spirituali, di riassumere drasticamente: "Ma allora Cristo è il movimento? Risposta breve: sì. Risposta lunga: attraverso il movimento..." Questo perché ciechi non possono guidare altri ciechi (salvo miracoli), così come volenterosi cercatori di Dio non possono incontrare o far incontrare Cristo (salvo miracoli). Don Giussani ha ripetuto fino alla nausea che è l'imbattersi con qualcuno che ha già incontrato Cristo a dare la concreta possibilità di incontrarLo, e il Vangelo e gli Atti sono una vasta carrellata di incontri umani, di un continuo imbattersi in una presenza indescrivibile ma riconoscibile, con o senza previ studi dottrinali. Che sono il risultato di una sete, di un fuoco acceso, non di un dovere.

Ci sono voluti diversi libri per spiegarlo (Il senso religioso, All'origine della pretesa cristiana, Perché la Chiesa: proprio il materiale fondamentale del movimento), e mi pare alquanto frettoloso confondere il mezzo col fine e ridurre Cristo a "colui che si incontra". Ma forse ha avuto a sempre a che fare con persone colte, satolle e fini disquisitrici di temi apologetici, non come ragazzi del calibro di Edimar che a causa di un incontro imprevisto liberamente cominciano a desiderare tutto il resto della fede. Che non diventa atto "meno razionale" solo perché risvegliata da un incontro, anzi.


1) In tempi recenti si è aggiunto il tag "carroniani" per indicare i soggetti che sotto sotto sono disposti a parecchi compromessi pur di apparire come i tifosi del Papa applauditi dal mondo.

2) Mi stupì parecchio anche la scarsa considerazione che avevano di quel libro, come se fosse vecchio e superato.

3) Ricordo ancora quel giorno in cui la suora delle Paoline tirò fuori quel libretto impolverato da ventiduemila lire dicendomi con fastidio: "altrimenti abbiamo questo". Evitò accuratamente di guardarmi in faccia perché vi avrebbe visto la gioia di chi si vede restituire le verità di fede subito dopo aver scoperto che la fede è una cosa da uomini.

4) Il "carronismo" di vaste percentuali del movimento si è ridotto a discorsetti politically correct farciti di paroline del gergo ciellino: esattamente il fenomeno che abbiamo sempre deriso e ridicolizzato.

5) Ti accorgi di parlare con un credente nel "carronismo" quando il suo intercalare si riduce a goffi tentativi di cambiar discorso: "ma dai, ti lamenti sempre?".

6) L'unico vescovo italiano contemporaneo che ha esplicitamente ricordato le condanne della Massoneria.

7) Il "movimento", per definizione, è qualcosa di fluido, qualcosa che si "muove", senza confini precisi, per cui "vicino al movimento" è un'ambiguità elevata al quadrato.

8) Il leccapiedismo ad Andreotti non era proprio disinteressato, così come purtroppo non lo sono state le sviolinate alla Bonino, Napolitano e altri poco attraenti soggetti. Ma il votare qualche insipido democristiano non ti faceva vergognare come il far da claque all'abortista radicale.

9) Quella che don Giussani chiamava ingenua baldanza e che si esprimeva in canzonette artisticamente misere ma stracariche di ricordi per chi "c'era stato", non era l'essenza del movimento ma il suo aspetto esterno più facilmente riconoscibile. Del resto nessuno ha mai potuto misurare la crescita personale dei singoli, cioè ad esempio di quelli che andavano all'adorazione eucaristica anche se non glielo diceva il movimento.

giovedì 9 febbraio 2017

Intaccata l'ubbidienza, cioe' l'amicizia

Per riflettere sulla brutta piega che ha preso il movimento sarà fastidioso ma indispensabile mettere da parte il gergo buonista[1] e ammettere che il pesce puzza dalla testa: è lo stesso Carròn a propugnare una versione annacquata del movimento.[2] Il Carròn di dieci anni fa non è lo stesso Carròn di oggi:[3] per verificarlo basta confrontare i suoi interventi nelle due epoche.[4] Conoscendolo, temo che sia perfettamente cosciente di ciò che fa e temo pure che il suo più alto scopo sia quell'ubbidienza tamquam baculum che sotto sotto abbiamo sempre professato[5] (poiché in fin dei conti la più facile), sottilmente banalizzando quell'espressione di don Giussani secondo cui chi non ubbidisce sta sicuramente censurando qualcosa, mentre chi ubbidisce -anche senza capire- non sta censurando niente.

L'ubbidienza è una forma di amicizia: riconoscendo la seconda diventa ragionevole la prima persino quando non si capisce. Ma se per una brevissima distrazione si lascia passare il perno da amicizia ad ubbidienza, si finisce per eseguire ordini, si finisce per essere tamquam baculum - come una scopa di cui il capo si serve e poi lascia lì fino al prossimo utilizzo.[6] Sebbene ci siamo ripetuti tante volte che l'ubbidienza è una forma di amicizia, in tutte quelle riflessioni la prospettiva era sempre quella di chi segue: mai un accenno a chi viene seguito e alla sua quotidiana tentazione di adoperare quell'amicizia come baculum,[7] con corollari grotteschi come ad esempio per quegli sventurati ciellini che per ubbidienza ebbero da applaudire alla più famigerata abortista italiana, un evento impensabile fino a pochi anni fa.[8]

Ironia della sorte, chi più sapeva che don Giussani non è riducibile ad una lista di affermazioni e concetti, più ha lasciato crescere e diffondere il virus di quell'ubbidienza cieca, della riduzione del movimento ad una claque.[9] L'etichetta carroniano indica il sintomo oggi più riconoscibile[10] ma la malattia non è nuova: si tratta della riduzione della fede ad un'ideologia, esattamente ciò di cui fino a non troppi anni fa nel movimento si veniva adeguatamente messi in guardia, mentre oggi il tema è toccato solo dopo abbondante spruzzata di astrazioni.[11]

Sono giudizi duri ma addolora davvero il trovarli ragionevoli al punto di non riuscire più a tacere. Dopo aver preso in giro per una vita intera coloro che confondevano il carisma del movimento con le attività, coi discorsi, coi capi, perfino agli esercizi ho la sensazione di essere circondato da quegli errori.[12] È come se da tempo i capi del movimento avessero stabilito che l'urgenza primaria è di tenere in piedi la giostra e che non vale più la pena battersi per ciò che venti, trenta, quarant'anni fa erano le poche cose che realmente cambiano la vita. È come se l'imborghesimento avesse infestato anche i vertici.[13]

Potrebbe essere il preludio alla silenziosa fine del movimento, o alla sua quasi involontaria rinascita da parte dei quattro gatti sinceramente stufi delle eleganti chiacchiere autoconsolatorie in gergo ciellino.[14]


1) Il buonismo ciellino è una versione moderata del politically correct ed è il grimaldello della parlantina dalle leziose e interminabili sfumature di tutti quelli che pur capaci di dire pane al pane e vino al vino non sanno tacere quando necessario.

2) Un'affermazione del genere provoca reazioni scomposte a chiunque abbia la memoria corta e si contenti del solito pastone farcito di termini giussaniani. Basterebbe però domandarsi onestamente: cos'è che ha cambiato la mia vita? Cosa costava esser ciellini dieci, venti, trent'anni fa? Ciò che è avvenuto imbattendomi nel movimento dieci, venti, trent'anni fa, può ancora avvenire oggi oppure ho davanti solo un club parrocchiale qualsiasi e il suo pretenzioso e aristocratico gergo? Quanto è diverso il mio gruppetto di fraternità da un gruppetto Facebook con pedante amministratore?

3) Se il capo sbanda, sbandano anche le membra. E se una cosa era drammaticamente vera per la mia anima 10-20-30 anni fa, non può ritrovarsi oggi banalizzata o considerata superata.

4) Mi riprometto sempre di farlo, nella segreta speranza che nel frattempo altri abbiano già provveduto meglio. Me lo riprometto ogni volta che vedo una foto d'epoca che mi lascia il magone perché mi parla di un passato, non di un presente.

5) Troppo facile sciorinare termini come libertà, memoria, esperienza come foglia di fico. La gratitudine a Giovanni Paolo II che ci fece uscire dalle catacombe è diventata, nell'ormai preponderante strato dei ciellini imborghesiti, una sorta di papismo di maniera, successivamente evolutosi in tifoseria ultrà nel pontificato ratzingeriano e vagamente imbarazzato leccapiedismo da quattro anni a questa parte. E se la fedeltà a Pietro è ridotta così, cosa potrà mai essere di diverso quella "forma di amicizia" nei confronti del Carròn?

6) Anch'io sono stato adoperato per far numero in occasioni in cui era chiaro persino a noialtri bassa manovalanza che l'unico scopo di certe sceneggiate plaudenti era quello di facilitare la promozione a Tale Tizia (Una Dei Nostri, Deh!) o di assicurare uno strapuntino pubblico a Tale Tizio (Uno Dei Nostri, Deh!). Partecipai con zelo, per fiducia nei confronti di chi ci guidava. Ora resto almeno indifferente, perché quella fiducia è stata intaccata.

7) Pensiamo ad esempio a coloro che nell'avvicinarsi al movimento hanno subito notato più le tracimazioni di saliva di fronte all'aura del capetto di turno che il nocciolo delle questioni. E sentito etichettare ah, grande amicizia, ah, un grande, ah, un padre quella che era chiaramente una dipendenza psicologica. Tant'è che poi lì il movimento non ha fatto altro che assottigliarsi, vedendo sostituita la continua crescita con la contrazione delle comunità a corti dei fedelissimi del carismatico, come un qualunque altro club chiesastico.

8) La lenta e inesorabile deriva del Meeting di Rimini, da almeno una quindicina d'anni a questa parte, basterebbe da sola a commentare la crisi del movimento. È stato anzitutto al Meeting che si è notato il passaggio dal virile parlar chiaro all'incensamento scodinzolante.

9) Poche cose sono più dolorose del vedere il movimento autoridursi alla caricatura che ne facevano i suoi detrattori.

10) Il carroniano è infatti un giussanologo più evoluto e più insensibile.

11) Come se il movimento fosse un castello di carte e qualcuno stesse tentando di cambiarne la forma senza farsi notare. Ci manca solo che il progetto di fondere CL con Azione Cattolica sia più che un'ipotesi di complotto.

12) Perfino la rivista Tracce è diventata illeggibile, e non mi riferisco solo alle sviolinate per papa Bergoglio.

13) Certe domande non smettono mai di scuotere il cuore, ma è altrettanto vero che la loro riduzione a discorsetti stufa, smette di interrogare, diventa un "già visto, già sentito", e non sempre per pigrizia di chi segue. La scuola di comunità o ti cambia davvero o è davvero inutile. Idem per le indicazioni.

14) Cioè quelle omelie in cui vengono infilate a forza citazioni di don Giussani ed espressioni "ci-elle compatibili".

lunedì 2 gennaio 2017

I carroniani vadano a vendere stringhe!


Don Giussani (esercizi spirituali del 1983), citato in: La fraternità di Comunione e Liberazione, pag. 186.

martedì 20 dicembre 2016

Peccati inconfessabili: il far attendere

Potrei scrivere un libro - anzi, un'enciclopedia - su una delle paure più invincibili di oggi: quella di dover attendere. E sul peccato gravissimo e quasi mai confessato: quello del far attendere quando non è assolutamente necessario.

Attendere: cioè sprecare parte della propria vita. Far attendere: cioè sprecare parte della vita di qualcuno che dipende da te.

Quanti gesti della vita normale sono dettati dal terrore di dover attendere: il consultare frenetico degli orari, il comprare l'auto per poter partire senza dover attendere l'autobus, il tentare di scansare la fila, il precipitoso organizzarsi (anche nelle piccole cose) per non rischiare nemmeno un minuto di "tempi morti". Si ha il terrore di attendere perché oggi, con quel cristianesimo di facciata (e con la mentalità mondana che fa sempre capolino anche nei più "praticanti"), il tempo passato attendendo è un "tempo morto": è la morte, è la vita senza significato, è il mondo e l'umanità che continuano a girare mentre tu sei lì imbambolato ad attendere, come congelato nell'anima.

I nostri nonni e bisnonni risolvevano santificando le attese sgranando rosari. Non avevano bisogno di pigiare sull'acceleratore, non portavano addosso lettori MP3 sempre carichi, non avevano la borsa piena di romanzi noiosi già dalla prima pagina, non imprecavano a tutta voce se l'autobus latitava per venticinque minuti consecutivi. Non avevano nel DNA il terrore nero di dover attendere, anche se un po' di paura c'era (il nonno, per il treno delle otto, puntava la sveglia alle cinque, calcolando la possibilità, una volta in stazione, di poter tornare a casa senza fretta a ripescare qualcosa che aveva dimenticato ed ugualmente riuscire a tornare a prendere il treno delle otto: oggi si fa l'esatto opposto, si arriva in stazione alle otto meno un minuto e si impreca fuoco e fiamme se il treno tarda due minuti o più).

Il far attendere quando non vi è nessun solidissimo motivo è la peggior tortura che si possa infliggere. L'impiegatino statale che ti dice di attendere (il suo caffè ha più priorità della tua vita e del suo lavoro), il pretino che ti dice di attendere (perché ha paura che il cervello si consumi se per un attimo pensa a come deve fare), perfino il capo regionale ciellino che ti dice di attendere quindici giorni (doveva solo fare una telefonata e farmi sapere, ma aveva paura che qualcuno pensasse che lui si dedichi troppo ai ciellini, troppo poco a quelli che pendono dalle sue labbra, e ancor meno a quelli che vanno da lui senza essere ciellini).

La paura di attendere è massimamente visibile nel traffico. Sembrano ossessionati dall'idea di dover passare dopo di te. Si accaniscono a sorpassarti cento metri prima della loro destinazione, ignorano lo Stop all'incrocio, s'infilano fra te e il marciapiede come se tu stessi dormendo, e in tutto questo ostacolano i mezzi pubblici e i furgoni (cioè gente che lavora). Una giungla urbana dove tutti pretendono di ruggire e soprattutto di fare i furbi per evitare di attendere una frazione di secondo in più.

venerdì 16 dicembre 2016

Inoccupabili

In Giappone li chiamano "nìito", pronuncia dell'acronimo inglese "NEET", Not in Employment, Education or Training: non lavorano, non studiano (più), non stanno neppure preparandosi a farlo. Il termine, più che una situazione sfortunata, indica una situazione voluta: non sono semplicemente "disoccupati", sono "inoccupabili", perché non hanno (più) intenzione di cercare lavoro... e non è detto che ciò sia dovuto alla pigrizia.

È un termine dispregiativo che si adatterebbe molto bene alla situazione italiana, specialmente in questi tempi di crisi, dove la scuola e l'università sono generalmente intese come aree di parcheggio, e il lavoro è generalmente inteso come uno scaldare la sedia cazzeggiando su Facebook in attesa che arrivi lo stipendio.

Ho avuto a che fare con diversi soggetti "inoccupabili", sprovvisti di creatività, di buon senso, di tensione verso qualsiasi cosa che non siano i piccoli temporanei insignificanti panem et circenses che si procurano dilapidando i miseri spiccioli estratti da parenti e conoscenti. La mia saggia nonnetta dice che «più piangono miseria dopo l'inverno, e più cercano di raccontarti le vacanze dopo l'estate».

L'esercito degli "inoccupabili" continua a crescere, anche perché vi si aggregano soggetti ragionevolmente convinti che nelle circostanze attuali non vale davvero la pena di lavorare. A che pro rovinare la propria salute fisica e mentale per uno stipendio che non basta neppure per vivere da soli? A che pro impegnarsi nello studio e nel lavoro se poi all'apice della carriera lo stipendio è la metà di un qualsiasi ignorante nullafacente del settore pubblico?

Domande come queste diventano particolarmente brucianti quando il parroco sedicente "del movimento" viene a farti la predica ricordando asetticamente qualche espressione di don Giussani, di quelle plastificate e insipidite dall'uso eccessivo che se ne faceva nella CdO.

Il declino di una civiltà è lento perché le isole felici sono dure a morire. Pochi e sparpagliati buoni insegnanti rendono la scuola ancora non completamente inagibile. Pochi e sparpagliati operai tengono in piedi l'azienda, forse anche senza saperlo. Pochi e sparpagliati tecnici e ingegneri tengono in piedi infrastrutture enormi, mentre tutti gli higher-up sono concentrati nel migliore dei casi a indire riunioni, parlare di affari, organizzarsi le vacanze. Autisti e macchinisti, operai tuttofare, tecnici coscienziosi. Non lo dico per sentimentalismo, ma perché potrei elencare nomi, posti, date. Ho visto con i miei occhi, lavorando, cosa succede quando l'ultima ruota del carro viene a mancare: all'improvviso la carretta si ferma, mentre uno sciame di mosche cocchiere si agita e strepita inutilmente. E sì, lo so anche perché in due casi ero io l'ultima ruota del carro, il giovincello volenteroso dotato di quel tanto che basta di esperienza e di buonsenso sufficienti per continuare a far girare la giostra.

In certi periodi sono stato anch'io uno di quegli "inoccupabili" che facendosi due conti della serva ha scelto di rifiutare una proposta di lavoro. Anch'io, come i tanti che avevo visto, sono arrivato al punto di ritenere che le mansioni e le responsabilità non valevano i pochi spiccioli che mi venivano offerti in cambio. Lo sciame di mosche cocchiere si è agitato lo stesso, nonostante i miei sforzi di tenere la discussione nel tono più asettico e diplomatico possibile. Proprio ciò che è avvenuto ad amici e conoscenti di cui in passato avevo scritto su queste stesse pagine.

L'esercito degli "inoccupabili" cresce giorno per giorno. I soloni che scrivono (o hanno il tempo di leggere) i giornali si lamentano dell'invasione degli immigrati, e poi fingono di non notare che quelli vanno a riempire i nostri vuoti - quanto al lavoro, quanto alla società, quanto alla religione e a tutto il resto. Si lamentano degli sfaccendati nullafacenti, non accorgendosi che tra loro ci sono quelli che ritengono non valga più la pena accettare una paghetta da studentello per assumersi responsabilità e impegni di grande rilevanza (e non è un caso che in tanti siano fuggiti all'estero).

giovedì 15 dicembre 2016

Il carro sul pendio stavolta è il nostro

Il movimento non è più quello che ho conosciuto. Ne ho raggiunto drammaticamente la certezza quando il Carrón ha prepotentemente umiliato uno dei miei amici. Quando dall'alto calano banalità intese a sostituire ciò che di buono abbiamo sempre professato, quando si rifiuta di dar ragioni chi da una vita ti spronava alla ragione, quando l'autorità viene bruscamente sostituita dall'autoritarismo, che si fa? Ci si rassegna a prendere atto con l'espressione più antipatica che c'è: "non sono io ad essere cambiato, ma il movimento".

Questo mio sperduto e insignificante blog mi ha guadagnato in poche settimane parecchie strane email, tra il piccato e il curiosone[1] perché ho osato accennare all'indicibile, al vero argomento tabù delle scuole di comunità: l'attuale crisi interna del movimento. Di fronte alla quale un don Giussani conoscerebbe solo misure drastiche (come ad esempio ad Assago nel '76, e come all'indomani della sconfitta sull'aborto nell'81). Ovvio che se il movimento è vissuto come il club dell'alce si farà parecchia fatica prima di afferrare il concetto. Al sottoscritto, in qualità di unico ciellino della parrocchia - con automatico marchio di diffidenza da parte del parroco e dei notabili di sagrestia - è bastata meno fatica.

Che la scuola di comunità non ti cambi (cioè è inutile), pazienza: non hai mai avuto il potere di cambiare le teste di capi, capetti e professionisti della Domanda Intelligente. Che il movimento per te si sia ridotto ad uno sparuto manipolo di amici distanti uno sproposito di chilometri da te, pazienza. Che le indicazioni di ubbidienza dalla diaconia centrale siano da anni sempre più confuse, pazienza. Ma che quegli amici vengano perseguitati e inutilmente umiliati, questo ti rode, è un tarlo stacanovista, è una pulce col megafono nell'orecchio più sensibile.

Tale crisi interna - confermata in particolare dall'inaudito decrescere dei Memores Domini - mi addolora perché vedo che il movimento che mi ha fatto crescere nella fede ha imboccato la strada per trasformarsi esattamente in ciò che voleva farmela perdere. E non per un difetto di chi segue, ma per volontà di chi guida.[2] Il che suona particolarmente drammatico dopo una vita che abbiamo battuto sul tasto della sequela, dell'ubbidienza anche quando non si capisce (poiché chi segue non censura niente). L'ubbidienza è una forma di amicizia, ma questo vale anche per l'altro versante perché altrimenti è complicità, oltre che masochismo.[3]

Pur domandando nella preghiera che il Carrón rinsavisca (poiché sta diventando chiaro il suo obiettivo), non posso fare a meno di pensare al sale insipido e alla mangiatoia bassa. Tra non molto tempo potremmo ritrovarci a dire con indifferenza: "ah, Cielle, sì, in quella originale investii con gioia tempo, pazienza e soldi: quella originale, dico, quella bramosa di Cristo, non di applausi".


1) Perfino di censura, a conferma della spietatezza del regime in vigore.
2) Per esempio quell'americanismo di maniera e quella necessità di incensare i potenti laddove sarebbe stato sufficiente e onorevole un composto silenzio (vale sia per le sviolinate ai politici, sia per l'assiduo scodinzolare attorno a papa Bergoglio, sia per le parate con sorriso obbligatorio dinanzi ai vescovi ostili).
3) I ciellini ridanciani dalla pancia piena, quelli del "ma dai, ma dai, sei sempre il solito", se ne accorgeranno solo quando sarà troppo tardi.